Butterflies

This post is my translation of an excerpt from the short article by Primo Levi entitled “Butterflies” in which he describes an exhibition on the butterflies he visited in a museum.

Why are butterflies beautiful? Certainly not for the pleasure of human beings, as Darwin’s opponents claimed: there were butterflies at least a hundred million years before the first human being. I think that our very concept of beauty, necessarily relative and cultural, took its configuration over the centuries from them, as from the stars, the mountains and the sea. We have proof of this when we consider what happens when we examine the head of a butterfly under the microscope: for most observers, admiration is replaced by horror or disgust. In the absence of cultural habit, this new object baffles us; the enormous eyes without pupils, the horn-like antennae, the monstrous mouth apparatus appear to us like a diabolical mask, a distorted parody of the human face.

In our civilization (but not in all) bright colors and symmetry are “beautiful” and so are butterflies. Now, the butterfly is a true factory of colors: it transforms the foods it absorbs and even its own excretion products into dazzling pigments. Not only this: it knows how to obtain its splendid metallic and iridescent effects with pure physical means, only by exploiting the interference effects that we observe in soap bubbles and in the oil slicks floating on the water.

But the fascination of butterflies does not only come from colors and symmetry: deeper motives contribute to it. We wouldn’t call them so beautiful if they didn’t fly, or if they flew straight and fast-moving like bees, or if they stung, or especially if they didn’t cross the perturbing mystery of the metamorphosis: the latter takes on the value of a partially deciphered message in our eyes, a symbol, and a mysterious sign. It is not strange that a poet like Gozzano (“the friend of the chrysalises”) studied and loved butterflies with passion: it is strange, nonetheless, that so few poets have loved them, since the passage from the caterpillar to the chrysalis, and from this to the butterfly, projects beside itself a long admonitory shadow.

As butterflies are beautiful by definition, they are our yardstick of beauty, so the caterpillars (“insects in default”, said Dante) are ugly by definition: clumsy, slow, stinging, voracious, hairy, obtuse, they are in turn symbolic, the symbol of what is coarse, incomplete, and represents a perfection not reached.

The two documentaries that accompany the exhibition with the portentous eye of the camera show us what very few human eyes could see: the caterpillar that suspends itself in the aerial temporary tomb of the cocoon, turns into an inert chrysalis, and then comes out to light in the perfect shape of the butterfly; the wings are still inept, weak, like crumpled tissue paper, but in a few moments they become stronger, stretched, and the newborn flies off. It is a second birth, but at the same time it is a death: the one who has flown away is a psyche, a soul, and the torn cocoon that remains on the ground is the mortal body. In the deep layers of our consciousness the butterfly with a restless flight is a soul, fairy, sometimes even a witch.

The strange name it bears in English (butterfly, the “the fly of butter”) evokes an ancient Nordic belief that the butterfly is the goblin who steals butter and milk, or makes them sour; and the Acherontia Atropos, the great domestic nocturnal moth with the sign of the skull on the corselet that Guido Gozzano meets in the villa of Signorina Felicita, is a damned soul, “which brings pain”. The wings that the popular iconography attributes to the fairies are not feathery wings of a bird, but transparent and ribbed wings of a butterfly.

The furtive visit of a butterfly, which Hermann Hesse describes on the last page of his diary, is an ambivalent announcement, and has the taste of a serene premonition of death. The old writer and thinker, in his Ticinese hermitage, sees “something dark, silent and phantom” rise in the air: it is a rare butterfly, an Antiopa with dark-violet wings, and lands on his hand. «Slowly, with the rhythm of quiet breathing, the beauty shut and opened the velvet wings, holding on to the back of my hand with six very thin legs; and after a brief moment it disappeared, without my detecting its withdrawal, in the great warm light».

Bibliography

Jan Vincentsz van der Vinne, A Caterpillar. [Drawings]. Retrieved from https://library.artstor.org/asset/SS7731421_7731421_11373304

Primo Levi, “Farfalle” in L’altrui mestiere. Torino: Einaudi, 1985. pp. 133-135. My translation, the original Italian follows.

 

Perché sono belle le farfalle? Non certo per il piacere dell’uomo, come pretendevano gli avversari di Darwin: esistevano farfalle almeno cento milioni di anni prima del primo uomo. Io penso che il nostro stesso concetto della bellezza, necessariamente relativo e culturale, si sia modellato nei secoli su di loro, come sulle stelle, sulle montagne e sul mare. Ne abbiamo una riprova se consideriamo quanta avviene quando esaminiamo al microscopio il capo di una farfalla: per la maggior parte degli osservatori, all’ammirazione subentra l’orrore o il ribrezzo . In assenza dell’abitudine culturale, quest’oggetto nuovo ci sconcerta; gli occhi enormi e senza pupille, le· antenne simili a corna, l’apparato boccale mostruoso ci appaiono come una maschera diabolica, una parodia distorta del viso umano.

Nella nostra civiltà (ma non in tutte) sono « belli» i colori vivaci e la simmetria e così sono belle le farfalle. Ora, la farfalla è una vera fabbrica di colori: trasforma in pigmenti smaglianti i cibi che assorbe ed anche i suoi stessi prodotti di escrezione. Non solo: sa ottenere i suoi splendidi effetti metallici ed iridescenti con puri mezzi fisici, sfruttando soltanto gli effetti di interferenza che osserviamo nelle bolle di sapone e nei veli oleosi che galleggiano sull’acqua.

Ma la suggestione delle farfalle non nasce solo dai colori e dalla simmetria: vi concorrono motivi più profondi. Non le definiremmo altrettanto belle se non volassero, o se volassero diritte e alacri come le api, o se pungessero, o soprattutto se non attraversassero il mistero conturbante della metamorfosi: quest’ultima assume ai nostri occhi il valore di un messaggio mal decifrato, di un simbolo e di un segno. Non è strano che un poeta come Gozzano ( «l’amico delle crisalidi») studiasse e amasse con passione le farfalle: è strano, anzi, che così pochi poeti le abbiano amate, dal momento che il trapasso dal bruco alla crisalide, e da questa alla farfalla, proietta accanto a sé una lunga ombra ammonitoria.

Come le farfalle sono belle per definizione, sono il nostro metro della bellezza, così i bruchi («entomata in difetto», li diceva Dante) sono brutti per definizione: goffi, lenti, urticanti, voraci, pelosi, ottusi, sono a loro volta simbolici, il simbolo del rozzo, dell’incompiuto, della perfezione non raggiunta.

I due documentari che accompagnano la mostra ci fanno vedere, col portentoso occhio della cinepresa, quanto pochissimi occhi umani hanno potuto vedere: il bruco che si sospende nella tomba aerea e temporanea del bozzolo, si muta in crisalide inerte, ed esce poi alla luce nella forma perfetta della farfalla; le ali sono ancora inette, deboli, come carta velina stropicciata, ma in pochi istanti si rafforzano, si tendono , e la neonata prende il volo. È una seconda nascita , ma insieme è una morte: chi si è involato è una psiche, un’anima, e il bozzolo squarciato che resta a terra è la spoglia mortale. Negli strati profondi della nostra coscienza la farfalla dal volo inquieto è animula, fata, talvolta anche strega.

Lo strano nome che essa porta in inglese (butterfly, la «mosca del burro») rievoca un’antica credenza nordica secondo cui la farfalla è lo spiritello che ruba il burro e il latte, o li fa inacidire; e l’Acherontia Atropos, la grande notturna nostrana con il segno del teschio sul corsaletto che Guido Gozzano incontra nella villa della signorina Felicita, è un’anima dannata, «che porta pena ». Le ali che l’iconografia popolare attribuisce alle fate non sono ali pennute di uccello, ma ali trasparenti e nervate di farfalla.

La visita furtiva di una farfalla, che Hermann Hesse descrive nell’ultima pagina del suo diario, è un’annunciazione ambivalente , ed ha il sapore di un sereno presagio di morte. Il vecchio scrittore e pensatore, nel suo romitaggio ticinese, vede levarsi in volo «qualcosa di scuro, silenzioso e fantomatico»: è una farfalla rara, unAntiopa dalle ali bruno-violette, e gli si posa su una mano. «Lenta, al ritmo di un respiro tranquillo, la bella chiudeva e apriva le ali di velluto, tenendosi aggrappata al dorso della mia mano con sei zampette sottilissime; e dopo un breve istante sparì, senza che io ne avvertissi il distacco, nella gran luce calda».